I primi giorni di luglio: il tempo sembra sospeso

 

da solo al parchetto

Ci sono giorni dell'anno che sembrano avere una durata diversa dagli altri. Non perché durino davvero di più. Le ore sono sempre le stesse, il sole segue il suo percorso e la sera arriva comunque. Eppure, nei primi giorni di luglio, ho spesso avuto la sensazione che il tempo rallentasse.

È una sensazione difficile da spiegare. L'estate è appena cominciata davvero, ma agosto sembra ancora un miraggio, settembre, un'utopia. Le giornate sono lunghissime. La luce arriva presto, intorno alle cinque e mezza del mattino, e rimane fino a quasi le dieci di sera. Il sole sembra non avere nessuna intenzione di andarsene.

E forse è proprio questo a dare l'impressione che quei giorni non finiscano mai. Ricordo soprattutto i pomeriggi, in particolare la domenica pomeriggio,  ma anche lo stesso sabato di luglio, hanno un'atmosfera tutta loro: il caldo è opprimente, le strade un deserto. Molte persone sono al mare, magari in casa a riposare o semplicemente cercano un posto dove stare al riparo dal sole.

C'è qualcosa di vuoto e incompiuto in quelle ore, non necessariamente  triste, la mia sensazione è nostalgia a un misto di noia strana, in pratica vuoto. E proprio durante uno di quei pomeriggi mi è rimasta impressa una scena che ancora oggi non so spiegare.

Ero sul treno. Durante il viaggio, in un punto che non ricordo con certezza, il treno passava accanto ad alcuni piccoli condomini, non erano palazzi alti, potevano vivere massimo tre famiglie, forse, per ogni edificio.

Accanto c'era uno spazio che sembrava abbandonato. Un cortile, o qualcosa di simile. Non ricordo alberi. Non ricordo particolari costruzioni. Ricordo soprattutto uno spazio vuoto, esposto completamente al sole.

E ogni volta che il treno passava da lì, mi veniva in mente una persona, la immaginavo dentro quello spazio, sola che camminava lentamente nel cortile, proprio nel pieno del caldo.

Non so perché. Non c'era nessun motivo particolare per immaginarla. Non conoscevo quel luogo e non conoscevo nessuno che abitasse lì. Non avevo visto nessuno camminare.

Eppure quella figura compariva nella mia mente. Una persona sola, in un pomeriggio di luglio, dentro uno spazio vuoto. Il treno intanto continuava a correre. È forse questo il particolare che mi colpisce ancora oggi.

Da una parte c'era il movimento: il treno, il viaggio, la destinazione, il paesaggio che scorreva rapidamente davanti agli occhi. Dall'altra c'era quel cortile. Fermo. Silenzioso. Immerso nel caldo.

Come se il tempo, lì dentro, avesse deciso di fermarsi. È passato abbastanza tempo dall'ultima volta che ho visto quel luogo. Non so nemmeno se oggi sia ancora uguale. Potrebbero esserci alberi dove prima non ce n'erano. Potrebbero esserci nuove costruzioni. Quel cortile potrebbe essere stato sistemato, venduto, trasformato.

Forse non esiste più nemmeno nella forma in cui lo ricordo. Ma nella mia memoria è rimasto esattamente così. Un pomeriggio di luglio. Il sole. Il caldo. Il treno. E quella persona che forse non è mai esistita.

Forse era soltanto un'immagine che la mia mente aveva bisogno di mettere dentro quel paesaggio. Forse quel luogo vuoto aveva semplicemente bisogno, nella mia immaginazione, di qualcuno che lo attraversasse.

Oppure quella figura rappresentava qualcosa che non riuscivo a vedere allora. Non lo so. E forse non è necessario saperlo. Ci sono immagini che ci rimangono dentro senza avere una spiegazione precisa. Non sono necessariamente ricordi importanti. A volte sono soltanto piccoli frammenti di vita che, per qualche ragione, decidono di non andarsene.

È curioso come funziona il tempo. Mentre siamo dentro una giornata, raramente ci accorgiamo di quanto sia particolare. Viviamo quelle ore e basta. Poi passano i mesi. Arriva settembreIl caldo comincia lentamente a perdere forza, le giornate si accorciano e la luce della sera cambia. E improvvisamente ci accorgiamo che quel pomeriggio di luglio è diventato un ricordo.

Solo allora ci rendiamo conto che non era davvero sospeso. Era semplicemente passato. Forse sono proprio questi i momenti che ricordiamo meglio: quelli in cui apparentemente non succedeva niente.

Un viaggio in treno. Un cortile vuoto. Un pomeriggio troppo caldo. Una persona immaginata mentre cammina da sola. Non c'era una storia da raccontare. Eppure, dopo più di un anno, quella scena è ancora qui.

Forse perché certi luoghi non rimangono nella memoria per quello che erano realmente. Rimangono per quello che abbiamo sentito mentre li guardavamo. E forse i primi giorni di luglio sono proprio questo. Giornate così lunghe da sembrare immobili.

Giornate in cui agosto è ancora lontano e l'estate sembra non avere una fine. Ore in cui un'ora sembra diventare di 180 minuti. Anche se, in realtà, sta già andando via. Poi ti accorgi che quel tempo infinito della prima settimana di luglio, fa parte di te, anche se non vuoi. Conosci nella tua pelle, cosa vuol dire la parola solitudine. 

Con il caldo tutto ciò diventa quasi ingestibile, eppure continui, e ho cercato di non far rumore, di non far pesare questa sensazione a chi ho continuato ad amare, per non disturbare, per non darle altro peso. A volte, però, quando i pomeriggi di luglio diventano insopportabili, pesanti, l'unica scelta, è uscire anche con 40 gradi, trovare un parchetto di periferia, sedersi su una panchina, quella più scolorita. Rimanere quasi immobili, anche i pensieri sembrano appartenere a quell'atmosfera sospesa. Sentirsi, in qualche modo, nonostante tutto, ancora vivo!

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